Perché Fotografiamo: Tra Controllo e Abbandono
La fotografia viene spesso descritta come un modo per catturare la realtà, ma forse sarebbe più onesto dire che la fotografia è un tentativo di negoziare con la realtà. Tra ciò che vogliamo vedere e ciò che il mondo è disposto a offrirci esiste uno spazio fragile, ed è in quello spazio che nasce la fotografia. Scegliamo l’obiettivo, l’inquadratura, il momento, eppure qualcosa ci sfugge sempre. La luce cambia, le persone si muovono, il tempo scorre e il significato si trasforma. In questa tensione costante tra intenzione e caso, tra controllo e abbandono, la fotografia trova la sua voce più autentica.
Dal punto di vista tecnico la fotografia si fonda sul controllo. Controlliamo l’esposizione, la messa a fuoco, la composizione, il colore, la profondità di campo e la prospettiva. Studiamo regole, impariamo una grammatica, affiniamo la tecnica. Tutto questo è necessario, ma non è sufficiente. Per quanto ci prepariamo, il mondo non segue i nostri piani. Anche in studio, con luci artificiali e soggetti fermi, qualcosa di imprevedibile entra sempre nell’immagine: un riflesso, un gesto, un’ombra, un’esitazione. All’esterno, nelle strade, nei paesaggi, negli incontri umani, il controllo diventa ancora più fragile, e forse è proprio questo il punto. Come diceva Henri Cartier-Bresson, la fotografia è una reazione immediata, e questa immediatezza fa sì che l’immagine nasca in una frazione di secondo che non ci appartiene mai del tutto.
A un certo punto ogni fotografo impara che l’immagine non gli appartiene completamente. Puoi aspettare, cercare, prepararti, ma quando il momento arriva devi accettare ciò che c’è, non ciò che avevi immaginato. È qui che inizia l’abbandono. L’abbandono non è debolezza, è attenzione. È la capacità di riconoscere che la realtà ha un suo ritmo, una sua volontà, i suoi misteri. Quando ci abbandoniamo smettiamo di forzare il significato sulla scena e iniziamo invece ad ascoltare. Spesso ciò che riceviamo è più ricco, più complesso e più vivo di ciò che avevamo pianificato. In questo senso la fotografia diventa meno un atto di presa e più un atto di accoglienza, meno conquista e più incontro.
Tutti conosciamo la differenza tra un’immagine tecnicamente perfetta e un’immagine che sembra viva. La prima può impressionare, la seconda può emozionare. Questa differenza non nasce dalla risoluzione, dalla nitidezza o dall’attrezzatura. Nasce dalla presenza di qualcosa che non può essere completamente controllato: emozione, tensione, silenzio, contraddizione. Un’immagine è viva quando porta con sé una traccia di incertezza, quando suggerisce più di quanto spiega, quando lascia spazio allo sguardo di chi osserva. Roland Barthes chiamava questo elemento punctum, quel dettaglio che ferisce, che disturba, che rompe la superficie dell’immagine. Non si può progettare un punctum, si può solo essere aperti alla sua comparsa.
Troppo spesso pensiamo alla fotografia come a un atto di cattura, come se stessimo portando via qualcosa al mondo. Ma catturare implica possesso, e la fotografia nella sua forma più profonda non riguarda il possesso, riguarda il dialogo. Un dialogo tra mondo interiore e mondo esterno, tra memoria e presenza, tra intenzione e caso. Quando questo dialogo manca, l’immagine può essere corretta, ma difficilmente sarà significativa. Perché il significato non si impone, emerge, ed emerge proprio nello spazio in cui accettiamo di non essere completamente al comando.
Quando la fotografia diventa un oggetto fisico, una stampa, un libro, una mostra, la questione del controllo si fa ancora più complessa. La stampa congela un istante e gli dà peso, durata e presenza materiale. Dice che quel momento merita di restare. Ma anche allora l’interpretazione rimane aperta. La stessa immagine vivrà in modo diverso in case diverse, sotto luci diverse, dentro storie personali diverse. Quando una fotografia lascia le mani dell’autore entra nella vita di qualcun altro, e anche questo richiede abbandono. Forse è per questo che scegliere quali immagini meritano di diventare stampe è un atto così delicato. Non tutte le fotografie vogliono essere permanenti, non tutte sono destinate ad abitare pareti e stanze. Alcune immagini appartengono al flusso, altre chiedono di restare. Imparare ad ascoltare questa differenza è parte della responsabilità dell’autore.
Esiste un mito pericoloso nella fotografia: che la padronanza consista nell’eliminare l’incertezza. In realtà la padronanza spesso nasce dall’imparare a stare presenti dentro l’incertezza. La tecnica ci dà strumenti, la vulnerabilità ci dà accesso. Serve coraggio per accettare che non sappiamo sempre cosa stiamo cercando e che a volte lo scopriamo solo dopo aver scattato. In questo senso la fotografia non è solo una pratica visiva, è anche una pratica emotiva e filosofica. Insegna pazienza, umiltà, attenzione e forse, più di ogni altra cosa, insegna a tollerare il non sapere.
Perché continuiamo a fotografare se non possiamo controllare del tutto il risultato? Perché in quell’equilibrio fragile tra controllo e abbandono può apparire qualcosa di vero. Perché la fotografia ci permette di incontrare il mondo a metà strada, non come padroni e non come spettatori passivi, ma come partecipanti. Perché ogni fotografia è, in fondo, un piccolo atto di fiducia: fiducia che ciò che sta accadendo abbia valore, fiducia che questa frazione di tempo meriti di essere ricordata, fiducia che il significato possa emergere anche quando non lo comprendiamo del tutto. Forse, alla fine, la fotografia non serve a fermare la vita. Forse serve a imparare a essere presenti mentre la vita scorre, e ad accettare, ancora e ancora, che alcune delle immagini più belle non sono quelle che avevamo progettato, ma quelle che abbiamo avuto l’umiltà di accogliere.