La fotografia non esiste. Esistono molteplici fotografie

Affermare che la fotografia non esiste può sembrare una provocazione.
In realtà è un tentativo di fare chiarezza attorno a un equivoco antico, che accompagna questo linguaggio fin dalle sue origini: l’idea che la fotografia sia un territorio unico, omogeneo, governato da regole universali.

La fotografia, al contrario, è un insieme di linguaggi differenti, ciascuno con le proprie finalità, responsabilità e grammatiche. Parlare di fotografia al singolare è una semplificazione utile nel linguaggio comune, ma profondamente imprecisa sul piano culturale.

Così come non esiste la scrittura ma esistono il romanzo, la poesia, il saggio, il giornalismo; così come non esiste il cinema ma esistono il documentario, la finzione, il cinema sperimentale; allo stesso modo non esiste la fotografia, ma esistono molteplici fotografie.

Una parola, troppi significati

Dal punto di vista etimologico, fotografia significa “scrittura con la luce”.
Una definizione elegante, evocativa, ma insufficiente. Scrivere con la luce non dice come, perché, per chi, né secondo quali regole.

Usiamo la stessa parola per indicare una fotografia di matrimonio, una radiografia medica, una campagna pubblicitaria, un reportage di guerra o un’opera concettuale destinata a una galleria. È evidente che si tratta di pratiche radicalmente diverse, accomunate solo dall’uso di uno strumento simile.

Il problema nasce quando si pretende che tutte le fotografie vengano giudicate con gli stessi criteri. È qui che la confusione diventa strutturale.

I generi fotografici come grammatiche

Ogni genere fotografico è un sistema di convenzioni condivise, nato per rispondere a un bisogno specifico.

Il reportage, ad esempio, ha come obiettivo la testimonianza. La sua grammatica privilegia la leggibilità, la coerenza narrativa, il rispetto del contesto. Un’estetizzazione eccessiva o una messa in scena ambigua rischiano di alterarne il senso.

La fotografia pubblicitaria nasce invece per persuadere. Qui la manipolazione non è un problema etico, ma uno strumento. Nulla è lasciato al caso: luce, composizione, colore, post-produzione sono al servizio di un messaggio preciso.

La fotografia di moda lavora sull’immaginario, sull’aspirazione, sull’eccesso. L’artificio non è nascosto, è dichiarato.

La fotografia concettuale può permettersi l’ambiguità, la stratificazione, persino l’opacità. Non deve spiegare: deve interrogare.

Pretendere che tutte queste fotografie obbediscano alle stesse regole significa non aver compreso la natura del linguaggio.

L’equivoco del giudizio estetico

Uno degli effetti collaterali più evidenti dei social network è l’appiattimento del giudizio critico. Tutto viene ridotto a mi piace o non mi piace, indipendentemente dal contesto, dall’intenzione e dal genere.

Ma dire “non mi piace” a una fotografia di reportage perché è scomoda o visivamente dura equivale a criticare un referto medico perché non è elegante.
Allo stesso modo, pretendere verità documentaria da una fotografia concettuale significa fraintenderne il senso.

La domanda corretta non è: è bella?
Ma: è coerente con ciò che vuole essere?

Fotografia e responsabilità

Questa distinzione non è solo teorica. È profondamente etica.

In ambiti come il reportage o il fotogiornalismo, decidere cosa includere e cosa escludere dall’inquadratura può cambiare radicalmente il senso di una narrazione. L’atto fotografico diventa una presa di posizione.

In altri contesti — come lo still life, la fotografia artistica o concettuale — la responsabilità si sposta: non più verso la realtà rappresentata, ma verso la coerenza del pensiero e del progetto.

Confondere questi piani genera accuse improprie di falsità o, al contrario, leggerezze dove sarebbe necessario rigore.

Il mito dell’oggettività

La fotografia viene spesso percepita come una registrazione neutra del reale. In realtà, ogni fotografia è una scelta: di tempo, di spazio, di punto di vista, di linguaggio.

Non esiste una fotografia innocente.
Anche l’immagine apparentemente più semplice è il risultato di un’intenzione, consapevole o meno.

La differenza tra i generi non sta nell’assenza o presenza di intenzione, ma nel modo in cui questa viene dichiarata, controllata o spinta all’estremo.

Quando la fotografia inizia ad avere senso

Molti fotografi attraversano una fase di ricerca confusa: si cerca la fotografia, lo stile, la definizione. Ma è spesso solo quando si accetta che la fotografia non è una cosa sola che il lavoro inizia a trovare una direzione.

Scegliere un linguaggio significa anche escluderne altri.
E l’esclusione non è una perdita, ma una presa di posizione.

Capire quale fotografia si sta praticando — e quale no — è un atto di maturità.

La fotografia non esiste come entità monolitica.
Esistono fotografie diverse, spesso incompatibili tra loro, ma tutte legittime se coerenti con il proprio intento.

Accettare questa pluralità significa smettere di cercare definizioni assolute e iniziare a lavorare con maggiore consapevolezza.
Significa guardare le immagini con occhi meno ingenui.
E significa, soprattutto, fotografare sapendo perché lo si sta facendo.

Tutto il resto può restare fuori dall’inquadratura.

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La fotografia d’arte può prendersi una pausa?