Costruire o catturare: una falsa dicotomia

Esiste davvero un conflitto tra fotografia costruita e fotografia catturata? È una domanda che ritorna ciclicamente nel dibattito fotografico, spesso alimentata da contrapposizioni rigide: da una parte l’idea di una fotografia “pura”, spontanea, istintiva; dall’altra una fotografia pensata, costruita, controllata. Ma questa opposizione è reale o è solo una semplificazione comoda?

La fotografia catturata è tradizionalmente associata al momento decisivo, all’istante che accade davanti all’obiettivo e che il fotografo deve riconoscere e fermare. È una fotografia che richiede prontezza, sensibilità, capacità di leggere il mondo così com’è. In questo approccio, l’autore sembra farsi da parte per lasciare spazio alla realtà. Eppure questa idea di neutralità è, in larga parte, un’illusione. Anche quando tutto appare spontaneo, lo sguardo non lo è mai. La scelta del punto di vista, del tempo, dell’inquadratura è già una forma di costruzione.

La fotografia costruita, al contrario, esplicita ciò che nella fotografia catturata resta implicito. Qui il fotografo interviene prima dello scatto: progetta, organizza, elimina il superfluo, talvolta introduce elementi artificiali o manipola lo spazio. È un processo più lento, più riflessivo, spesso più vicino al linguaggio dell’arte contemporanea che a quello del reportage. Non cerca l’evento, ma la forma. Non rincorre l’istante, ma la coerenza.

Il conflitto nasce quando si attribuisce un valore morale a questi due approcci. Come se la fotografia catturata fosse più autentica, più vera, mentre quella costruita fosse artificiosa, fredda, meno “onesta”. Ma la fotografia non è mai una prova neutra del reale. È sempre un atto di interpretazione. Cambia solo il momento in cui questa interpretazione avviene: prima o durante lo scatto.

Per chi lavora con la fotografia astratta o concettuale, questa distinzione diventa ancora più fragile. L’astrazione non è necessariamente una fuga dalla realtà, ma un modo diverso di attraversarla. Un’ombra isolata, una superficie, un dettaglio decontestualizzato possono essere catturati in modo spontaneo o costruiti con estrema precisione. In entrambi i casi, ciò che conta non è l’origine del gesto, ma la sua intenzione.

La fotografia concettuale, in particolare, richiede chiarezza di pensiero. Il concetto non nasce per caso. Anche quando l’immagine sembra minimale o aperta all’interpretazione, dietro c’è una scelta precisa: cosa mostrare, cosa escludere, dove fermarsi. Questo non significa controllare tutto, ma assumersi la responsabilità del risultato.

Forse il punto non è scegliere da che parte stare, ma riconoscere che ogni fotografia vive su uno spettro. Esistono immagini apparentemente spontanee che sono il frutto di anni di allenamento dello sguardo. Ed esistono immagini costruite che lasciano spazio all’imprevisto, all’errore, alla sorpresa. La distinzione netta serve più a semplificare il discorso che a comprenderlo.

In questo senso, parlare di conflitto è fuorviante. Più che opporsi, fotografia costruita e fotografia catturata si contaminano continuamente. Anche il fotografo più istintivo costruisce una visione nel tempo. Anche il fotografo più concettuale deve, prima o poi, confrontarsi con la materia viva del mondo.

La domanda allora cambia: non “come” è stata fatta una fotografia, ma “perché”. Qual è la necessità che l’ha generata? Quale tensione tiene insieme forma e contenuto? Quando queste domande trovano una risposta, il metodo passa in secondo piano.

In un’epoca in cui la produzione di immagini è costante e spesso superficiale, scegliere di rallentare, di pensare, di costruire – o di attendere il momento giusto per catturare – è già una presa di posizione. Non contro qualcuno, ma a favore di una fotografia più consapevole.

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Il potere silenzioso della fotografia astratta negli interni contemporanei